Storie

Il modo migliore per capire è allacciarsi gli scarponi e camminare

S ono le undici di mattina, è sabato undici settembre. Sono in un piccolo cimitero di montagna nell’appennino reggiano, a Ligonchio. Siamo venuti qui per mettere una pianta di edera sulla tomba di due militari russi diventati partigiani nella guerra di liberazione. Il sindaco del paese dice che se si sa poco di loro, si conoscono solo i nomi e il distaccamento di cui facevano parte. Ma questo non importa perché è importante quello che rappresentano cioè il sacrificio di gente che ha dato tutto per liberare l’Italia.
Poi il sindaco attacca a cantare con una bella voce bassa, canta “Bella ciao”. Io guardo le lapidi spezzate e consumate che ci sono qui attorno. Tra le tombe più vecchie ci cresce un’erba rinfrescata dalle piogge dei giorni passati. E ci sono fiori di montagna, cicoria, cardi e altri fiorellini gialli a forma di stella di cui non so il nome. Lì guardo mentre la canzone dice “e questo è il fiore del partigiano” e capisco che sono questi qui i fiori della canzone, fiori di montagna, semplici, belli e resistenti. Intanto il coro prosegue e sento che però le parole cambiano e diventano sconosciute, sono parole di un altra lingua. Si, perché nel cimitero di Ligonchio insieme a me ci sono un centinaio di ragazzi dalla Germania, dall’Austria e dalla Svizzera e cantano “Bella ciao” tradotta in tedesco.

I Sentieri Partigiani sono così, ci sono dei momenti che ti lasciano senza fiato e raccontarli a parole a chi non ci è venuto è molto difficile. Ci sono gli incontri e le facce, le immagini che ti rimangono nella testa anche se non le fermi in una foto. Ci sono le parole belle che che poi non si dimenticano, ma che non hanno retorica. La retorica è rimasta giù in pianura, parcheggiata con le nostre macchine. E allora il modo migliore per capire è allacciarsi gli scarponi e camminare.