Storie

Le ruspe della malora

matteo-martignoni-racconti

Delle volte mi sveglio la notte perchè sogno che sono già arrivate le ruspe per buttare giù il faro e la casa. Me lo sogno perchè mi è stato detto che arriveranno, lo so per certo. Non mi fa paura l’idea di vivere per strada o di tornare in città, io o paura per i miei piccoli mostri. Dove andranno a dormire i miei piccoli mostri?

Mi sono svegliata alle sei questa mattina, io sono abituata così. Sono figlia di contadini e tutta la vita mi sono svegliata presto e o cenato presto la sera e andata a letto con le galline anche quando il locale funzionava e era sempre pieno e i camion facevano la fila lungo la statale per mangiare i nostri tortelli e veniva anche gente da Milano, gente vestita bene, della televisione.

Mi sono svegliata che era ancora tutto buio e o guardato fuori dalla finestra il campo di mais tagliato. Cera quella luce lì grigina che c’è in pianura appena prima dell’alba, sembrava un altro mondo. Sono uscita nel corridoio, tutto buio, si sentivano i mostri russare nelle loro stanze, io sono andata piano piano, scalza sul pavimento di legno malmesso, per non svegliarli.

Mi sono fatta un caffè con la moka, bello bollente. Poi mi sono infilata gli stivali e sono uscita in cortile, è stato in quel momento lì che mi sono accorta che la baracca non cera più. Una grossa baracca di lamiera che usavamo una volta come dancing al coperto, una cosa enorme e pesante, sparita come un foglio di carta col vento, soffiata via.

Sono rimasta lì per dei minuti interi a guardare il rettangolo di sporco per terra dove prima cera la baracca del dancing. Non volevo mica crederci, ma poi o capito i rumori della notte, il sogno delle ruspe, le luci. Dovevano essere venuti mentre dormivo, come una specie di avvertimento per dire che sarebbero tornati presto a finire il lavoro, via il faro, via la vecchia casa col ristorante.

Sono scesa dall’argine a dare da mangiare ai cani e alle galline nel recinto. Per terra cera la prima galaverna dell’anno e gli stivali sull’erba facevano cric e croc. Poi sono andata appena un po più giù a guardare il fiume negli occhi. Il fiume veniva giù grigio, marrone, lento, lentissimo dal vecchio ponte della statale con i suoi piloni di cemento e i tralicci dell’Enel.

Sono tornata in casa a preparare la colazione per i mostri. Ogni piccolo mostro vuole una roba diversa, chi vuole il caffelatte, chi vuole la cotoletta, chi vuole una fetta di torta con la marmellata di prugne che faccio io. Ci metto anche un ora a preparare tutto e intanto loro dormono beati. O fatto un bel vassoio e poi sono salita alle stanze.

Son passata in corridoio, davanti a ogni porta lascio la colazione personalizzata e busso due volte così capiscono che c’è da mangiare. Non sto mica lì a vedere quando mangiano perchè appena svegli questi mostri, un po come tutti gli uomini, sono di carattere per così dire difficile. Allora sono tornata giù a fare i mestieri e aspettare il postino.

Dice il postino Vanna devi smetterla con questa storia che ti vengono a buttare giù il faro e la casa, non so cosa ti viene in mente. Allora io gli dico al postino Ai visto cosa hanno fatto alla baracca la fuori? E allora lui sorride e dice che mi anno fatto un piacere che la baracca era vecchia e pericolante, basta vedere lo sporco che c’è rimasto sotto da pulire.

Mi a lasciato un pacco di bollette da pagare, alcune non le paghiamo da un po perchè non e che gli affari girino e se non si ferma nessuno neanche per un caffè, altro che piatto di tortelli, qui non si guadagna e comunque io le mie spese ce le o tra i cani, le galline e il mangiare dei piccoli mostri. Poi c’è anche una lettera di mio nipote.

Cara Zia Vanna, mi si stringe il cuore a sapere che sei lì in campagna da sola, in mezzo alle bestie. Questo fine settimana mettono dei gran temporali e visto che te sei vicino gli argini del torrente io ti supplico di mollare tutto e venire qui da me in città. Ti aspettiamo, lo so che siamo già in tanti e magari ti disturbiamo, ma avresti la tua bella stanza.

È un bravo ragazzo ci mancherebbe, ma non capisce che io non posso lasciare il faro neanche un momento e poi i piccoli mostri. Anche se comunque adesso questa cosa della sparizione della baracca cambia tutto, si capisce bene che è un segnale che verranno a tirare giu tutto con le loro ruspe piene di luci come o visto in sogno. Dopo rimarrà solo lo sporco per terra.

A mezzogiorno sono arrivati due camion e naturalmente due camionisti a mangiare i miei tortelli, se li son goduti da matti, due piatti pieni di tortelli d’erbette con un bel po di Parmigiano sopra e il burro fuso. Mi hanno detto che se mettessi su un ristorante a fare solo tortelli in citta farei dei soldi. Quello con la barba mi ha chiesto se poteva riposarsi un attimo, l’o portato in una stanza libera.

È venuto giu urlando come un matto, urlava per le scale il camionista con la barba. E sopra si sentivano i piccoli mostri che urlavano anche loro. Mi a detto che sono una matta, una strega, una matta della malora. Diceva che mandavano qualcuno, le ruspe forse. Sono scappati nei loro camion coi capelli dritti in testa e via sulla statale.

A questo punto non ci posso piu fare niente, sono sicura che le ruspe arriveranno questa notte come per la baracca di lamiera, tireranno giù tutto, il faro e la casa. Allora devo pensare a fare i preparativi perchè tutto sia pronto per quando arrivano e poi devo dare la brutta notizia ai miei piccoli mostri. Ecco questa è la cosa più difficile perchè non so davvero come fare.

Intanto o pensato di andare al faro. Per andare al faro si esce sull’argine e poi c’è una stradina che finisce con un cancelletto di ferro che solo io o le chiavi. O aperto il cancello arrugginito che puzza di sangue secco e di lì comincia un sentierino vecchio come il cucco e pieno di erbacce e di fiori matti. Poi si arriva alla porta del vecchio faro del fiume Po.

Erano dei mesi che non facevo tutte queste scale a chiocciola, non so quanti gradini per arrivare su dall’occhio del faro. Mi vengono in testa tanti di quei ricordi di mio nonno e mio babbo che è meglio mandarli indietro insieme alle lacrime, altrimenti e finita, con tutte le cose che ci sono da fare oggi per salvare quello che si può salvare di questo mondo.

Dalla stanza rotonda si vede il fiume, si vede la citta con le torri del duomo e l’accuedotto, si vede tutta la pianura, piatta, marrone, marcia, bellissima, piena di nebbia bassa e di erba secca. Si vede il sole che comincia a andar giù e il cielo diventa tutto di un colore giallo e pesca. È tardissimo, tra poco e sera, tra poco e notte.

O preso in mano l’occhio di vetro del faro, era freddo perchè non è più stato acceso da un bel po di tempo. Lo avvolto dentro della carta di giornale vecchio, e la cosa più preziosa che o, viene da un altro tempo e da un altro mondo. Poi sono andata dietro all’argine e o fatto un buco in terra, mezzo metro, e ci o messo dietro l’occhio di vetro del faro per non farglielo trovare mai.

Sono tornata a casa, sono salita dai mostri. O aperto le porte a una a una, spalancate. Poi sono scesa in cortile, dietro casa, dove o gli orti e dove si affacciano le finestre delle camere. O chiamato i miei piccoli mostri per nome, li o chiamati con il cuore. Dopo un po ce li avevo tutti intorno e allora o aperto anche il cancelletto del cortile, gli o detto di non tornare mai più.

Dopo cena o staccato il contatore della luce. O preso una sedia dei clienti e lo messa sul piazzale nella macchia di sporco dove prima cera la baracca. Mi son seduta con solo un golfino e la torcia elettrica in mano a aspettare le ruspe. Ma le ruspe non sono arrivate. O visto solo i fari dei camion che andavano sulla statale, avanti indietro, le lucine bianche e rosse, i clacson e gli sbuffi e le frenate.

Dopo mi e venuto freddo, saranno state le undici, o pensato di tornare al faro a vedere da lì tutta la scena. Mentre andavo su al faro o guardato ancora il fiume negli occhi, nero nero, nero petrolio. O fatto ancora le scale, ma questa volta o fatto una fatica della malora. Poi mi sono messa davanti alla vetrata, appoggiata proprio al vetro.

Mi sono addormentata, dopo non so bene che ore erano. Era mattina sicuro perchè di camion sulla statale se ne vedevano pochi e le lucine in citta erano meno di prima. Verso i monti si son viste delle piccole luci come i fanali dei camion, ma nel cielo. Sono venute giu volando e traballando come le lucciole. Quando son state all’altezza del fiume o visto che erano le ruspe.

Le ruspe sono atterrate nel piazzale. Chiunque ci fosse dentro a guidarle non e sceso. Senza dare nessun segnale hanno preso la rincorsa e buttato giù la casa con le sue bottiglie vecchie di liquori e i quadri e i piatti, tutto è scomparso in un attimo. Poi il fiume a fatto un rumore come se si fosse svegliato. Le ruspe an fatto manovra e anno puntato al faro vecchio.

(attenzione: questo racconto contiene tantissimi errori grammaticali e ortografici ed è giusto così)