Storie

Come accendere un fuoco

racconti-dal-mare-matteo-martignoni

Mi era venuta in mente la casa dei nonni al mare. Quella è stata l’ultima volta che ci sono stato. Poi pochi giorni dopo, la mattina presto ho ricevuto un messaggio sul cellulare. La nonna era morta, di notte, nella casa di riposo a pochi metri da dove abitano i miei genitori.

Mi era venuta in mente la casa dei nonni al mare. Quella sera lì ho guidato la vecchia Fiesta di mio zio su per la collina. La benzina era poca e avevo paura che si fermasse da un momento all’altro. La mia ragazza dormiva sul sedile di fianco. Non volevo fare la figura di merda e poi lei non stava tanto bene. Mentre passavo lentamente sulla collina ho guardato giù la baia. Le stesse luci di sempre, piccole, gialle, tremolanti.

Appena prima di arrivare in paese lei si è svegliata e aveva gli occhi rossi e pieni di sonno Siamo arrivati?, le ho sorriso No, se vuoi dormi ancora un po’. Ma lei è rimasta sveglia, avvolta nella coperta di lana. Abbiamo girato la piazza del paese e preso la stradina verso la spiaggia.

Le lucine del paese sono finite e attorno c’era solo il buio e lontano il mare che era quasi fosforescente. I fanali della macchina illuminavano la strada, poco più in là, e tiravano fuori uno per uno i dettagli che conoscevo a memoria. Il muretto sfondato, l’albero spaccato dal fulmine, la vigna dei vicini e poi il vecchio baracchino dei gelati tutto scrostato.

Siamo passati davanti al cancello dei vicini. Ho spento i fanali e guidato quasi a passo d’uomo. La luce del portico era accesa e il cane ha abbaiato ma non è uscito nessuno. Forse che i vicini erano ancora in città. Ormai si erano trasferiti anche loro e venivano giù il venerdì per passare il weekend al mare. Ho riacceso i fanali e ho preso la piccola discesa che porta alla casa dei nonni.

Mentre cercavo le chiavi nel nascondiglio lei si è seduta sul portico sempre stretta dentro la coperta di lana, la vecchia coperta che tenevo in macchina, tutta sporca e piena di fili d’erba e di paglia. Io ho tastato al buio i mattoni all’angolo della casa fino a trovare il piccolo buco che aveva fatto mio fratello, tanti anni fa con il coltellino svizzero che io non potevo neanche toccare.

Quindi il vicino probabilmente non c’era, ma per non sbagliarmi non ho aperto gli scuri delle finestre. Ho fatto girare un po’ l’aria e mi son messo a accendere la stufa. Lei si è seduta sul divano di velluto, sfondato, si è alzata una nuvola di polvere. Si è messa a tossire e a ridere. Ha aperto la finestra sopra il divano. Dalla finestra sono entrati così tanti ricordi che ho dovuto subito chiudere gli occhi.

Mio padre mi ha insegnato tante volte come si accendeva la stufa. Io l’ho guardato e aiutato spesso. Si pulisce bene il fondo, togliendo le ceneri poi si fa una base con i fogli di giornale o la carta. Poi sopra il fondo di carta si mettono pezzettini di legno o di corteccia o meglio ancora delle pigne. Poi sopra ancora dei pezzi di legno non troppo grossi, dei rami o roba così. Poi sopra tutto un bel pezzo di legno asciutto. Poi si accende la carta e si cura la fiamma, si soffia, si aspetta.

Non riuscivo a accendere la stufa. Anche se avevo seguito le indicazioni di mio padre non si accendeva. E lei lì che aspettava sul divano e batteva i denti. Mi sono ricordato che forse c’era una stufetta elettrica da qualche parte. Ho guardato nello sgabuzzino. Dentro c’era odore di muffa ma anche l’odore della dispensa della nonna. Un profumo più nascosto e difficile da sentire, se non lo conosci. L’odore delle confezioni di merendine all’albicocca e delle barrette di riso soffiato e cioccolato.

Dietro all’asse da stiro, nell’angolo della scaffalatura di metallo coi buchi, c’era la stufetta. L’ho portata in cucina e l’ho infilata alla presa. Ha fatto il rumore di un phon e puzzava di bruciacchiato per via della polvere. Poi le molle all’interno sono diventate rosse incandescenti e è uscita l’aria calda. E lei ha battuto le mai e ha riso e mi ha tirato sul divano e mi ha dato un bacio.

La legna non prendeva ancora. Forse era troppo umida. Poi avevo usato delle riviste di cucina invece dei giornali che non ce n’erano. La carta patinata fa solo fumo. Nel cassetto della tavola della cucina ho trovato un foglio di carta di giornale del 1969. Bruciava bene e profumava di brutte notizie già passate e ha scaldato abbastanza la legna e il fuoco si è acceso. Poi appena ha scaldato un po’ ho messo su l’acqua per farci un tè. Ho usato il vecchio pentolino di mia nonna, quello col beccuccio e senza più il manico. La prima volta che l’ho visto e toccato nella mia vita era già senza il manico.

Dalla città c’eravamo siamo portati un po’ di pane e dei biscotti al burro. Il tè alla fine non c’era e ci siamo fatti una vecchia tisana al finocchio che era in fondo alla credenza dentro a un sacchetto di carta del pane. La bustina profumava di liquirizia. Intanto la stanza piccola è diventava calda e ci siamo spogliati e messi sotto la coperta.

Ci siamo addormentati. Forse mezz’ora. Lei dormiva ancora. Io sono salito di sopra a preparare il letto. Sono entrato nella mia stanza. Mia e di mio fratello. C’erano ancora i nostri lettini. Sono entrato nella stanza dei nonni. Sul letto c’era solo il materasso. Ho cercato nell’armadio i cuscini e le lenzuola e le coperte. Quelle coperte lì, pesantissime come me le ricordavo e ruvide. Le ho sbattute un po’ in corridoio per togliere la polvere.

Non c’era tanto freddo. Il caldo della stufa veniva su dal pavimento. Mi è venuto in mente che non ero mai venuto qui in questa stagione. Solo d’estate. Tutte le estati. E solo qualche volta per le vacanze di Pasqua. Mai di questa stagione. Quando ho spento la luce per tornare giù mi è preso un colpo. Nel buio fitto c’era una luce verde, un alone, sopra il comodino dalla parte della nonna. Ho riacceso l’interruttore e poi ho capito che era il rosario fosforescente della nonna. Da piccoli ci faceva paura.

Sono tornato giù e lei dormiva sepolta nella coperta di lana. Non sono riuscito a svegliarla e alla fine abbiamo dormito lì. Alla mattina siamo usciti presto per non farci scoprire dal vicino o magari da mia cugina che a volte veniva a volte, di nascosto col suo ragazzo. Mentre lei era in bagno io sono uscito per accendere la macchina.

Il cielo era bianco e delle lingue di nebbia venivano su dalla spiaggia, fino al muretto e al baracchino dei gelati. Abbandonato lì, scrostato e vuoto, con la finestrella sul retro spaccata. Mi è sembrata la casetta dove facevo la guardia a militare. Solo che non c’era nessuna guardia e non c’era neanche niente da tenere controllato. E se c’era era nascosto dalla nebbia bianca sopra il mare.

Ho chiuso le finestre e rimesso la chiave nel nascondiglio. Siamo partiti e abbiamo fatto colazione al bar in paese. Nessuno mi ha riconosciuto e se mi ha riconosciuto comunque non mi ha salutato e ha fatto finta di niente. Poi abbiamo cercato un benzinaio e siamo tornati in città.